L'inno Svizzero o l'inno dell'arte di rispettare ciò che non si conosce
Proviamo a immaginare un esperimento crudele: durante una partita della Nazionale, a un certo punto, l'audio si spegne e a settantamila persone viene chiesto di continuare da sole, a cappella, l'inno che stavano cantando con tanta convinzione fino a un secondo prima. Non servirebbe un sondaggio per capire come andrebbe a finire, ma basterebbe guardare le facce. Qualcuno mimerebbe le prime due parole con l'aria di chi sta bluffando a poker, qualcun altro si limiterebbe a muovere le labbra con lo sguardo fisso altrove, e la maggioranza, con ammirevole onestà, aspetterebbe semplicemente che la musica tornasse a coprire il silenzio imbarazzante. È un dettaglio buffo, se ci si pensa: sappiamo a memoria ritornelli che avevamo giurato di dimenticare entro l'estate, ricordiamo gli slogan pubblicitari di prodotti che non esistono più, eppure il simbolo musicale ufficiale della nazione in cui viviamo resta, per la maggior parte di noi, un mistero rispettato ma non frequentato... un po' come quel parente lontano di cui si conosce l'esistenza, ma non il volto.
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